Il voto a Milano. Un fotoracconto
Di Giorgio Bigatti
Qualche mese prima della marcia su Roma, a Milano gruppi di fascisti e di nazionalisti occuparono Palazzo Marino, con il tacito consenso del prefetto Alfredo Lusignoli, cacciandone Angelo Filippetti, l’ultimo sindaco democraticamente eletto. È vero che il 10 dicembre i milanesi maschi furono chiamati a eleggere il nuovo sindaco, ma il risultato era scritto in partenza perché il gioco era truccato. E lo stesso può dirsi per le elezioni politiche dell’aprile 1924, nelle quali però, va ricordato, nonostante violenze e intimidazioni, a Milano i tre partiti “socialisti” (riformisti, massimalisti e comunisti), presentatisi alle urne divisi da insuperabili steccati, ottennero un numero di voti che, sommati, superavano quelli del “listone” fascista. La cosa, pur priva di effetti pratici, non aveva mancato di irritare Mussolini, che aveva affidato il commento ai risultati elettorali del capoluogo lombardo al suo capo ufficio stampa, Cesare Rossi, l’uomo che un mese più tardi sarebbe stato tra gli organizzatori del sequestro e dell’omicidio dell’onorevole Giacomo Matteotti. In una lunga intervista al “Popolo d’Italia”, il 10 aprile, Rossi riconduceva l’insoddisfacente risultato alla tenuta “dei fortilizi avversari”, alla scarsa penetrazione del fascismo nel mondo operaio e infine all’influenza di una personalità politica come Filippo Turati, “considerato da tutti come un innocuo borghese”. Pochi mesi più tardi, superata la crisi Matteotti, le leggi “fascistissime” emanate tra il 1925 e il 1926 posero fine alla lotta politica mettendo fuori legge gli altri partiti e dando avvio alla trasformazione del regime in senso autoritario. Di elezioni e di competizioni elettorali si sarebbe tornati a parlare solo nel 1946, ma il filo della tradizione democratica, ancora viva nel 1924, non era stato spezzato da un ventennio di dittatura, dalla guerra e dai venti durissimi mesi della occupazione tedesca.
Le prime elezioni del dopoguerra
Nel 1946 Milano fu la prima grande città italiana chiamata ad eleggere una nuova amministrazione comunale, in sostituzione di quella nominata dal Comitato di liberazione nazionale all’indomani della liberazione. Fissata la data della consultazione elettorale, il 7 aprile, occorreva rimettere in moto una macchina elettorale ferma da troppi anni. Così mentre i partiti erano impegnati a mobilitare nei quartieri i propri militanti e a organizzare comizi in una città affamata di democrazia e ancora drammaticamente segnata dalle ferite della guerra, gli uffici comunali erano alle prese con la compilazione delle liste elettorali. Lavoro tutt’altro che semplice. Guerra, sfollamento, reduci, irregolari di varia natura rendevano difficile anche solo il computo degli elettori, senza contare che per la prima volta il suffragio era davvero universale, includendo anche le donne (decreto del 10 marzo 1946 che permise alle donne con almeno 25 anni di età “di poter eleggere e essere elette” alle prime elezioni amministrative postbelliche). Esclusi dal voto rimanevano i fascisti con pendenze giudiziarie connesse ai procedimenti di epurazione e le prostitute cosiddette “vaganti”, quelle cioè che non esercitavano nelle “case chiuse”. Oltre a formare le liste e ripartirle per le oltre ottocento sezioni elettorali, occorreva predisporre i seggi e stampare le schede con i nomi dei sei partiti ammessi alle elezioni e con i nomi dei candidati. Per la prima volta infatti i cittadini e le cittadine potevano indicare fino a cinque preferenze.
Tra marzo e giugno, ovvero tra l’inizio della campagna elettorale per le amministrative e il referendum per la scelta tra monarchia e repubblica del 2 giugno, la città fu teatro di continue manifestazioni e affollati comizi. Le fotografie, come quelle di Alfonso Galasi, conservate in Fondazione ISEC nell’archivio del settimanale “Voce comunista”, ci restituiscono l’immagine di una partecipazione assolutamente straordinaria, espressione di una fame di democrazia a lungo conculcata.
La stessa volontà di esserci che ci rimandano le fotografie del tempo emerge anche dalle testimonianze delle donne che, riandando con la memoria a quel lontano 7 aprile, hanno raccontato l’emozione del primo voto, la paura di sbagliare, il senso di essere per la prima volta chiamate a esercitare un diritto che ne faceva cittadine a pieno titolo, il fatto che per la prima volta erano chiamate a esprimersi senza dover dipendere dal controllo familiare. Le donne non solo parteciparono numerose al voto, ma furono anche attivamente coinvolte nel lavoro di mobilitazione per portare a votare ammalati e vecchi, come si vede anche dal servizio di Alfonso Galasi che ci restituisce il senso di una partecipazione corale a una giornata sentita come qualcosa che riguardava davvero tutti. La tensione e l’attesa sui volti delle persone sono eloquenti, come evidente in tutti è il senso di una giornata memorabile.
Le operazioni di spoglio procedettero a rilento ma nei giorni immediatamente successivi alla chiusura dei seggi fu chiaro che i milanesi avevano rinnovato la loro fiducia ad Antonio Greppi, “il sindaco della ricostruzione”, come sarà poi chiamato. I socialisti furono il partito più votato (225.281 voti, 36,1%), seguito dalla Democrazia Cristiana (167.311 voti, 26,8%) e dal Partito Comunista (155.135 voti, 24,9%). Fu necessario attendere più di una settimana per avere i nominativi degli ottanta consiglieri eletti (29 socialisti, 22 democristiani e 20 comunisti) mentre le altre tre liste - Alleanza repubblicana, lista della Madonnina, una lista civica di orientamento liberale, e il Partito degli esercenti - presero rispettivamente 2, 6 e 1 consigliere. Su ottanta eletti, solo quattro erano donne. Fra queste la figlia di un sindaco caro ai milanesi, Emilio Caldara, che sarà assessore con delega all’Ufficio legale, mentre la comunista Giovanni Boccalini, insegnante, direttrice di “Noi donne” e ideatrice dei cosiddetti “treni della felicità” sarà assessore all’assistenza, con delega all’infanzia.
A pochi mesi dall’insediamento della nuova giunta, l’11 maggio del 1946 il trionfale concerto diretto da Arturo Toscanini alla Scala segnò la fine degli anni cupi e fu avvertito come l’annuncio della volontà di ripresa della città.
Una volontà di cambiamento che riceverà una conferma alle elezioni del 2 giugno quando i milanesi si espressero a larga maggioranza per la Repubblica, lasciandosi definitivamente alle spalle uno dei periodi più cupi della storia cittadina.
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