«Avvicinando alle macchine cetre e violini».[1] La riapertura della Fiera di Milano nel 1946
Di Chiara Paris
Sulle arse macerie, dunque, abbiamo costruito la casa nuova e l’abbiamo fatta più solida e più bella per dimostrare a noi stessi ed agli stranieri, anche a quelli fra questi che non ci vogliono bene, che la miseria, se ci tormenta, non ci umilia, e che la stessa minaccia di morte che si è fatta pesare su di noi, sprigiona fremente di vita.[2]
Il passo citato proviene dalle carte di Luigi Gasparotto, conservate presso l’archivio storico della Fondazione ISEC. Gasparotto è tra i protagonisti della riapertura della Fiera di Milano in una fase segnata dalle difficoltà materiali e istituzionali del dopoguerra. Il testo, datato 30 agosto 1946, si configura come un discorso inaugurale della Fiera, che sarebbe stata effettivamente riaperta il 12 settembre dello stesso anno.[3]
Quando accetta l’incarico di riorganizzare l’evento fieristico, Gasparotto ha 73 anni. Nato a Sacile nel 1873, figlio di un garibaldino attivo a Trento, egli riflette anche in queste righe un retroterra familiare e politico di matrice democratico-riformista che segna con coerenza la sua traiettoria pubblica.[4] Tale impronta emerge chiaramente nel linguaggio adottato, caratterizzato da richiami alla tradizione risorgimentale e da un’enfasi sulla capacità della città di risollevarsi:
Se è presunzione chiamare questa giornata inaugurale una manifestazione di potenza, essa è un deciso e deliberato atto di fede e di volontà, soprattutto di quella volontà lombarda che il nostro maggior maestro Carlo Cattaneo, nei Cenni Storici sulla Lombardia, elogiava come privilegio di questo ostinato popolo cisalpino.[5]
In una città come Milano, ferita, materialmente e simbolicamente dalla vicenda bellica, la Fiera rappresenta l’evento commerciale per eccellenza, dispositivo di rinascita, di una «forza latente, pronta ad agire»,[6] come scriveva il «Corriere della Sera» il 3 aprile del 1945. La Fiera, come la città, si presentava come un organismo da ricostruire quasi integralmente. Eppure, proprio in questa condizione estrema, prende forma la volontà di riaprire rapidamente, quasi a voler dimostrare che Milano intendeva tornare a svolgere il proprio ruolo di snodo economico nazionale e internazionale.
In una lettera al Ministro dei Lavori Pubblici del 21 aprile 1946, finalizzata a ottenere un anticipo di almeno 250 milioni di lire dal Ministero del Tesoro, Gasparotto allega un prospetto dei danni causati dai bombardamenti aerei dell’agosto e novembre 1943 e del 1944, che avevano colpito duramente il complesso fieristico, e aggiunge: «per effetto delle bombe dirompenti, cadute copiosissime, nessuno dei padiglioni restò intatto, molti furono completamente distrutti»,[7] con 80 padiglioni danneggiati e un danno complessivo stimato in 562.128.000 lire. Nella fase di ricostruzione, secondo i calcoli che l’ingegnere Giuseppe Baselli riassumeva a Gasparotto, era necessario intervenire su circa 60.000 metri quadrati di edifici da riparare e costruirne ex novo altri 11.000, con una spesa prevista tra i 130 e i 150 milioni di lire.[8]
Intervistato dalla Radio RAI mentre i lavori sono ancora in corso, Gasparotto sostiene con tono fermo: i cantieri procedono «a ritmo ultra rapido»,[9] tanto che in soli cinquanta giorni sarà completato il Padiglione della Meccanica, uno dei più vasti dell’intero complesso. Alla domanda se l’inaugurazione potesse subire ritardi, la risposta è netta: «No assolutamente, c’è di mezzo la nostra parola e poi sono in gioco troppi interessi». È una dichiarazione che restituisce bene il clima dell’epoca, il fatto che la riapertura non fosse negoziabile, perché in gioco non c’era soltanto una manifestazione, ma la credibilità stessa della città.
Ma ricostruire gli edifici non basta. La riapertura della Fiera si scontra con una serie di difficoltà strutturali che riflettono la condizione generale del Paese: la scarsità di alloggi ricettivi, aggravata dalle distruzioni belliche, l’insufficienza dei trasporti ferroviari, la difficoltà di muoversi all’interno e verso la città.
Dalla documentazione conservata nel fondo Gasparotto emerge poi un altro nodo ancora irrisolto, quello dell’internazionalizzazione. In un contesto segnato da «forzate limitazioni»[10] agli scambi esteri, mantenere lo status di grande mercato internazionale appare molto più difficile che in passato. Gasparotto ne è pienamente consapevole. In una lettera al Ministero dei Lavori pubblici, elenca le città che stanno riattivando le loro fiere: «Praga, Basilea, Utrecht, Lione, Bordeaux, Parigi, Barcellona, Valencia, Londra, Birmingham, ed anche la stessa Lipsia, autorizzata dall’URSS».[11] L’obiettivo è sollecitare una ricostruzione il più possibile rapida dei padiglioni milanesi. La riapertura della Fiera di Milano si inserisce così in una più ampia «rinascita internazionale», in cui ogni città cerca di riconquistare il proprio spazio nei circuiti commerciali. Ritardare significherebbe perdere terreno, forse in modo irreversibile. La fiera, nelle parole di Gasparotto, diventa simbolo della riapertura di un dialogo tra le nazioni, «senza distinzioni tra nazioni maggiori e nazioni cadette»:[12]
I produttori e i consumatori di tutto il mondo per la conoscenza e lo scambio dei rispettivi prodotti, in attesa di una più accorta e più alta politica di saggezza e di umanità chiami le genti senza distinzioni fra nazioni maggiori e nazioni cadette, ad incontrarsi nel terreno comune della collaborazione internazionale a garanzia della pace ed a tutela del lavoro. Dove passano e si scambiano prodotti, passano e si scambiano le idee.[13]
Accanto alle questioni economiche e logistiche, emergono anche tensioni politiche. La Fiera, in quanto infrastruttura strategica, resta profondamente intrecciata alle dinamiche politiche cittadine. La sua gestione diventa oggetto di dibattito pubblico, come mostra un articolo pubblicato su «l’Unità» nel settembre 1946. Il quotidiano rivendica un maggiore controllo comunale sull’ente e critica apertamente le modalità di nomina dei vertici. Al centro della polemica c’è la questione della proprietà e della governance della Fiera, con la proposta di rafforzarne il legame con l’amministrazione cittadina:
Una linea di tensione politica si giocava sulla proprietà comunale della fiera, la possibilità che diventasse del Comune: E se chiedessimo che la fiera di Milano fosse controllata dal Comune? Riprendendo così la buona battaglia ingaggiata dalla precedente amministrazione socialista? Non ci sembra eresia rivendicare il diritto di Milano ad eleggere il Presidente della Fiera, né ci appare errato indicarlo fin d’ora nella persona del nostro Sindaco Greppi. Gente nuova vogliamo, gente onesta ed anche metodi nuovi. Basta ormai con questi campioni littorii ed assiali e basta, una buona volta, con le investiture dall’alto.[14]
La richiesta di «gente nuova» e di «metodi nuovi» riflette il faticoso rinnovamento istituzionale del dopoguerra, segnato da elementi di continuità con il passato fascista. A restituire la pesantezza di questo tema contribuisce anche una lettera della corrispondenza privata di Gasparotto, inviata da Amilcare Granelli il 7 novembre 1946. Il tema è il mancato affidamento di un incarico in Fiera; il tono, informale, lascia emergere le tensioni di una fase ancora incerta. Granelli, dopo mesi di attesa, lamenta la situazione e chiosa:
Caro Onor. mi spiace parlare così, ma ora è peggio di prima […] perché allora, se avessi voluto indossare la camicia nera, avrei potuto ottenere anche posizioni importanti, e che avrei tutt’ora, come si vede costantemente di persone compromesse con il passato regime e che occupano posti importanti e molto redditizi! Oggi dopo quello che ho fatto, dopo che ho fatto, dato e sofferto, mi trovo in condizioni di dover lesinare un pezzo di pane!!!!!! Quanti avvenimenti… e come sono cambiati i tempi!!!!!![15]
Per concludere, è utile tornare alla formula che dà il titolo a questo articolo:
Così primi e soli in Europa, nel grembo stesso del rinato mercato, abbiamo aperto un teatro del popolo per portare l’arte a contatto con l’industria, avvicinando alle macchine cetre e violini, per rendere accessibile alle masse lavoratrici il sublime dono della musica, quale può darlo il teatro della Scala, gloria ed orgoglio della città.[16]
Il passo si colloca pienamente entro quella stratificazione di rappresentazioni che, nel lungo periodo, hanno contribuito a definire Milano come “città laboratorio” e “città piattaforma”, nodo di connessione tra produzione, cultura e reti economiche di scala progressivamente più ampia. La riapertura del 1946 va quindi letta come una tappa di questo percorso di lunga durata. In una città ancora segnata dalle distruzioni belliche, la Fiera contribuisce a ridefinire Milano come spazio di mediazione tra dimensione produttiva e dimensione culturale, rafforzandone la vocazione di nodo centrale, “sistema nervoso” delle relazioni economiche e sociali.
Note
In Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
Ibid.
La prima fiera di Milano post bellica, la ventiquattresima edizione della sua storia, ha una durata di 18 giorni. Si apre con parte consistente degli edifici ancora danneggiati dalla guerra e con una superficie netta di stand che si aggira attorno al 50% rispetto alla precedente edizione, quella del 1942. Rappresenta tuttavia un successo: raccoglie 2519 espositori di cui 309 esteri e più di un milione di visitatori, dati destinati a moltiplicarsi nel corso delle successive edizioni.
Per un approfondimento sulla figura di Gasparotto, si rimanda all’articolo di Giorgio De Vecchi pubblicato su ISEC Racconta: https://fondazioneisec.it/newsletter/numero-5-giugno-2024-persone/luigi-gasparotto-un-democratico-al-servizio-della-nazione. A questo indirizzo è inoltre consultabile la scheda descrittiva del Fondo Gasparotto: https://lombardiarchivi.servizirl.it/fonds/75678.
In Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
«Corriere della Sera», 3 aprile 1945, p. 2.
Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
Luigi Gasparotto al Ministro dei Lavori Pubblici, Milano, 21 aprile 1946, in Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
Ibid.
Dattiloscritto, 30 agosto 1946, in Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
Ibid.
«L’Unità», dell’1 settembre 1946, a firma de Il vigile (pseudonimo di Piero Montagnani, il vicesindaco di Milano).
Amilcare Granelli a Luigi Gasparotto, Induno Olona, 7 novembre 1946, in Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
In Archivio Fondazione ISEC, Fondo Luigi Gasparotto, b. 14, f. 67.
Articoli correlati
- 2 giugno 1946
- Il voto a Milano. Un fotoracconto
- Piero Montagnani, Vicesindaco della Ricostruzione
- Sesto San Giovanni, 1946: il ritorno alla vita democratica
- Il fronte della cultura nel fondo Clelia Abate
- «Avvicinando alle macchine cetre e violini». La riapertura della Fiera di Milano nel 1946
- Fra cogestione e conflitto: l’attività degli organismi di fabbrica alla Breda dal 1945 al 1947