Il fronte della cultura nel fondo Clelia Abate
Di Mauro Oggioni
Milano fu il centro nevralgico militare e politico della Resistenza e insieme ad altre città industriali del nord Italia uscì dalla guerra con danni enormi. Forse anche in ragione di ciò, subito dopo la Liberazione, divenne teatro di un vero e proprio fermento di proposte culturali finalizzate a promuovere programmi di ricostruzione e rinnovamento in vari settori, una specie di mobilitazione collettiva di studiosi, artisti, letterati, scienziati e tecnici di varie discipline.
Lo scopo di questo intervento è di presentare una serie di fonti, documentarie e bibliografiche, conservate presso la sede della Fondazione, utili per ricostruire le vicende di una di queste esperienze, quella che si formò attorno al Fronte della cultura.
Faremo riferimento in particolare al Fondo Clelia Abate. Questo fondo conserva copia delle carte della segreteria del Fronte ripartite in sei unità archivistiche (Statuto, organigramma, programmi, verbali delle riunioni, corrispondenza, relazioni di interventi a convegni). Il Fondo comprende anche le “Carte di Antonio Banfi”, 11 unità archivistiche (saggi, testi dei corsi universitari, appunti, dispense, articoli sulla Cina, corrispondenza).
Clelia Abate, che ha raccolto questo materiale versandolo a Fondazione ISEC tra il 1981 e il 1982, fu allieva del filosofo Antonio Banfi, con cui si laureò in lettere. Legata da profonda amicizia al suo maestro, rimase vicina alla moglie Daria anche dopo la morte del filosofo e collaborò attivamente con lei al riordino delle carte di Banfi. Fu poi insegnante e segretaria del Fronte della Cultura, instancabile organizzatrice della sua “logistica”, a conferma di una presenza femminile, in questa storia, fondamentale per quanto poco visibile nell’elenco dei nomi dei promotori e organizzatori.
Legata a quella del Fronte della gioventù, la storia del Fronte della cultura ha origini nel 1944, in piena clandestinità, ed è possibile leggerla come un segmento di quella originale elaborazione politica che prende il nome di “democrazia progressiva”, messa a punto in più interventi da Eugenio Curiel.
Noi parliamo di democrazia progressiva come della forma di vita politica e sociale che si distingue dalla vecchia democrazia prefascista in quanto si forma sull'autogoverno delle masse popolari. Non si tratta quindi di una democrazia che si esaurisca nella periodica consultazione elettorale, ma di una forma di vita sociale politica che assicura, attraverso le libere associazioni di massa un peso preminente alla partecipazione popolare al governo.[1]
Eugenio Curiel è il referente politico del progetto che porta a far nascere il Fronte della cultura, ma esso si nutre del contributo culturale di Antonio Banfi, Elio Vittorini, Remo Cantoni, Alfonso Gatto, Mario De Micheli che, in discussioni e riunioni clandestine progettarono, per la nuova società liberata dal fascismo, accanto e insieme al Fronte della cultura, una Casa e una rivista: quelle che diventeranno la “Casa della cultura” e “Il Politecnico”.[2]
Elio Vittorini, nell'editoriale del primo numero de Il Politecnico (29 settembre 1946) dal titolo Una nuova cultura, enunciò il pensiero ispiratore di questi strumenti di battaglia delle idee. Alcuni passaggi del ragionamento risultano evocativi di una stretta attualità.
Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini. Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra... I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell'uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Majdanek, Buchenwald, Dachau.
Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l'esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell'uomo ci aveva insegnato che era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro [...] La sconfitta è anzitutto di questa “cosa” che c'insegnava l'inviolabilità loro [...] Questa “cosa”, voglio subito dirlo, non è altro che la cultura [...] e riconoscere con noi che l'insegnamento di questa cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini [...] Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo [...].[3]
La prima apparizione pubblica del Fronte della Cultura è un annuncio comparso su l'Unità il 27 aprile 1945, nel quale sono già presenti gli elementi identitari del progetto.
L'organizzazione clandestina degli intellettuali progressisti entra oggi nella vita legale col nome di Fronte della cultura, e chiama intorno a sé tutti gli uomini che sentono la necessità di combattere per un rinnovamento nel pensiero, nelle arti, nella scienza, nella scuola e in ogni forma di lavoro intellettuale [corsivo aggiunto]. Nel giorno della liberazione, il Fronte della cultura ricorda tutti i suoi morti nel nome di Eugenio Curiel, che ne è stato l'ideatore e il martire.[4]
I mesi tra maggio e agosto 1945 furono dedicati a costruire il gruppo promotore della nuova organizzazione, individuare la sede, tessere i contatti con gli aderenti, definire i connotati programmatici e l'identità ideologica.
Il Verbale della riunione 4 maggio 1945, tenuta nella sede di via Francesco Sforza 41, già sede del Minculpop, Ministero della cultura popolare della Repubblica sociale, è un primo importante documento da cui emergono gli orientamenti riguardo a indirizzo, scopo e organizzazione del Fronte. Il dibattito si concentrò su alcune questioni.
Il rapporto con i partiti politici:
Banfi:
Il fronte della cultura è aperto a tutte le persone che abbiano della cultura un senso progressista. Non si tratta di partiti, ma di persone.
Vittorini.
Può esserci nel partito liberale una persona più progressista che tra di noi e vi può essere un reazionario nel partito socialista. Il fronte è aperto alle persone...[5]
La definizione di cultura progressista:
Banfi:
Un crociano assoluto tra di noi non può trovare posto, ma chi voglia capire e superare Croce, sì. Tutti i cattolici che vogliono fissarsi un dogma preciso non possono venire…
Cantoni:
Elemento negativo contro cui dobbiamo combattere è una cultura astratta, apolitica, una cultura pura, fuori della società, della storia…
Vittorini:
Prendiamo un primo punto d'accordo sulla definizione di progressivo, cioè cultura unica. Noi non crediamo che esista una cultura nazionale, ma una cultura eguale in tutto il mondo. Il movimento culturale è uno solo in tutto il mondo. Se in un determinato momento, anno e secolo la cultura è americana, tutta la cultura del mondo è indirizzata verso la cultura americana.[6]
Il rapporto tra intellettuali e masse:
Banfi:
Soprattutto chiamare l'operaio per chiedere che cosa vuole dalla cultura [...] Uno dei compiti principali del fronte è il contatto coi sindacati.
Vittorini:
Non si tratta di alterare il carattere della cultura, il suo aspetto, l'espressione, di esprimerci in un modo piuttosto che in un altro per renderci comprensibili. Noi dobbiamo comprendere, non renderci comprensibili, dare i mezzi per comprendere [corsivo aggiunto] [...]
Per una scuola unitaria, tutti i mezzi di conoscenza devono essere a disposizione di tutti. Perchè tutti partano da un punto unico che si divide solo quando due si dirigono verso la professione. Fino a quando l'istruzione è un mezzo per conoscere, deve essere la stessa per tutti [...] tutti devono essere in grado di leggere gli stessi libri [corsivo aggiunto] [...] C'era il concetto fascista, cioè tutto quello che ha preceduto noi: il lavoro manuale lo si distingueva da quello intellettuale. Noi distingueremo il lavoro meccanico e quello non meccanico. Nel lavoro dell'operaio vi può essere lo stesso slancio geniale che nel lavoro dell'ingegnere, è un lavoro altrettanto creativo.[7]
Nelle riunioni del 7 e 8 maggio 1945 vennero definiti gli assetti organizzativi: un Comitato di iniziativa «costituito da personalità culturali di primo piano, scelte con criterio di equilibrio tra le varie tendenze di partito e da elementi rappresentativi della Camera del lavoro, del Fronte della gioventù, del CVL e dei Gruppi di difesa della donna», un Comitato finanziario, un Comitato di rapporti con l'estero, un Comitato di segreteria, Comitati di sezione autonomi per ogni ramo di attività.[8]
Nell'incontro del 27 giugno 1945, da parte di Giorgio Peyronel, ritornò il tema della partecipazione pluripartitica e pluriculturale. Ad Emilio Jesi che paventava il fatto che «dappertutto si dice che il Fronte della cultura ha carattere eminentemente comunista», rispondeva Banfi: «Sono due mesi che le adesioni sono aperte, non è colpa nostra se alcuni partiti non hanno fatto nulla per mettersi in contatto». Lo scambio di battute era tuttavia segno che la questione avesse un suo peso. Il dibattito proseguì poi sui tempi di realizzazione dello Statuto. In conclusione Banfi propose una scelta che risulterà decisiva per l'impostazione delle attività del Fronte:
Per il lavoro di massa bisogna organizzare un gruppo, e questo lo affiderei a Formaggio, per creare, attraverso le scuole e le officine, non dei soci ma degli aderenti che dicano di quali manifestazioni abbiano bisogno e noi avremo dei tecnici che accoglieranno le proposte […] Ci deve essere insomma una speciale sezione che deve avere dei contatti colla massa.[9]
In un documento intitolato “Proposta di organizzazione”, Banfi ne delineò la struttura, distinguendo «l'azione di massa», dall'«azione per il progresso intellettuale» promossa dal centro e articolata in sezioni. Riguardo alla prima, il progetto prevedeva che negli organismi periferici (cellule, sezioni) di ogni partito vi fosse un rappresentante del Fronte «incaricato di accogliere le proposte, esaminarle portarle al centro del F.d.C e realizzarle dietro propria iniziativa o iniziativa del centro e con l'assistenza di questo». Il documento così conclude: « Il F.d.C. può creare o controllare o accostarsi a organizzazioni di cultura esistenti (la casa del F.d.C.)»[10]
Il 19 luglio 1945 Dino Formaggio comunicava l'elaborazione di un manifesto di presentazione del Fronte, da diffondere nei luoghi di lavoro.[11]
Fondo Abate, busta 1, fasc. 1, archivio Fondazione Isec
Si veniva così delineando, grazie all'impronta culturale di Banfi, uno dei tratti essenziali del Fronte che era al contempo la missione attorno alla quale ruotava tutta l'organizzazione: essere un organismo culturale di servizio e insieme di stimolo alla curiosità intellettuale. In un documento di quei mesi si legge:
Il nostro scopo è quello di creare una cultura del popolo, di cui esso sia consapevole, una cultura integrale di tutto l'uomo e circolante, di tutti i ceti […] Vogliamo perciò anzitutto ridestare il desiderio di cultura nelle masse, far sì che esse ne indichino gli aspetti più vivi e li suggeriscano alla cultura d'élite, la quale solo così si rinnoverà in senso veramente democratico.[12]
Nel medesimo documento si fa cenno ad un altro tema caro a Banfi: la scuola. Uno dei compiti del fronte doveva essere quello della preparazione e perfezionamento al lavoro «dell'operaio, dell'impiegato e della casalinga», offrendo a chi ha dovuto interrompere gli studi la possibilità di completarli, cercando di «interrompere i compartimenti stagni, preparando ad esami di integrazione per il passaggio da una scuola all'altra o da un tipo di studio che ha fine in se stesso ad un altro che abbia sbocco anche all'università».
In un appunto sempre dell'estate 1945 compaiono le sei sezioni, con i rispettivi responsabili, con le quali si articolava la proposta di attività dal “centro”, attività che, specie dopo la nascita della Casa della cultura nel marzo 1946, risulteranno contingenti e ancillari rispetto a quelle di “massa”.
Fondo Abate, busta 1, fasc. 1, archivio Fondazione Isec
Nel contempo prende avvio lo sforzo di diffusione dell'esperienza milanese in altre aree (Pavia, Lodi, Imperia, Verona, Torino, Bologna, Monza, Tortona, Seregno), attraverso contatti diretti con persone e ambienti universitari di cui è testimonianza la numerosa corrispondenza presente nelle carte Abate.
Altri due temi completano il quadro culturale dell'impianto ideologico sul quale il gruppo dei promotori del Fronte discuteva e convergeva.
Il primo: superamento del provincialismo autarchico della cultura italiana tradizionale come eredità del fascismo. A questo proposito Dino Formaggio, in un'intervista alla rivista “Sapere”, afferma: «Si trattava e si tratta di rompere i chiusi schemi che tengono artificiosamente isolata la cultura italiana dal tessuto organico della cultura mondiale, così da pregiudicarne l'esistenza stessa».[13]
E poi: il superamento della separazione tra la cultura umanistica e quella scientifica e tecnica, unitamente alla subalternità di quest'ultima rispetto alla prima, a favore viceversa di una collaborazione e contaminazione paritaria, anche al fine dei compiti di ricostruzione del paese. Una anticipazione del dibattito che un decennio più tardi sarebbe stato innescato dalla pubblicazione del volume di Charles P. Snow sulle “due culture”.[14]
Il 26 luglio 1945 con un atto notarile vide la luce a Milano il Fronte della cultura, con un Consiglio direttivo e lo Statuto. Nell'articolo 4 di quest'ultimo trovano sintesi i principi basilari dell'organizzazione: lo spirito unitario dei componenti in coerenza con l’esperienza ciellenistica, il confronto paritario tra intellettuali e masse, il patto di unità d'azione tra cultura umanistica e cultura scientifica.
La formazione del Fronte voleva essere parte costitutiva della politica culturale che a guerra finita si stava delineando nel Partito comunista a guida togliattiana. È a questo sforzo di inquadramento che va probabilmente ricondotto l’importante riunione del Pci alta Italia del 26 giugno 1945 (un mese prima della nascita del Fronte) a cui partecipano dirigenti nazionali e milanesi e personalità della cultura tra cui lo stesso Vittorini. In questa sede si confrontano differenti posizioni circa il modo di intendere il rapporto tra azione politica e cultura con cenni che anticipano la successiva polemica tra Vittorini e Togliatti. La ricostruzione, seppur sintetica, di queste diverse posizioni può forse fornire alcuni elementi di contesto in cui l’azione del Fronte della cultura inizia a muoversi.
Emilio Sereni, condividendo una delle idee di fondo del Fronte della cultura («questo fronte non deve quindi essere un organo degli intellettuali, ma deve legare questi alla gran massa del popolo»), puntava l'accento sul concetto di cultura popolare, nel senso di cultura “comprensibile a tutti”. Una posizione non condivisa da molti, tra cui lo stesso Vittorini, come è chiaro dal passaggio prima citato («Noi dobbiamo comprendere, non renderci comprensibili, dare i mezzi per comprendere»).
Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Luigi Longo, con l’obiettivo di attirare nell’orbita del partito i tecnici e gli esperti, sostenevano che la priorità era organizzare i diversi gruppi intellettuali su base professionale e sindacale. Vittorini riconosceva che la preoccupazione di Amendola era importante, ma andava risolta sul piano culturale più che sindacale. E aggiungeva che Sereni, ponendo il tema della “popolarizzazione”, della “adesione alla cultura del popolo” poteva portare a un allontanamento di quelle figure. Sullo sfondo, diverse risposte a domande che erano e sarebbero state centrali nella cultura politica a sinistra: cos'è cultura popolare e conseguentemente qual è il ruolo degli intellettuali; e poi la questione già citata dello status privilegiato della cultura umanistica rispetto a quella scientifico - tecnica piuttosto che la pari dignità di entrambe nel solco della tradizione illuminista e del razionalismo critico banfiano che individuava i tecnici e l'educazione scientifica come risorsa strategica per la ricostruzione e il rinnovamento radicale del paese.[15]
La prima iniziativa pubblica del Fronte, qualche settimana dopo il bombardamento nucleare su Hiroshima e Nagasaki, fu la conferenza “L'energia nucleare: rovina o benessere?”: 27 agosto 1945, relatori Carlo Borghi, Carlo Salvetti, Livio Gratton al Circolo Filologico. La medesima discussione fu replicata la settimana successiva alla Pirelli Bicocca e in altre fabbriche.
Seguì un'intensa programmazione di discussioni pubbliche, quasi tutte al Circolo Filologico: quattro rispettivamente nei mesi di ottobre, novembre e dicembre, sull'arte (cinema, teatro, musica, arti figurative), sulla filosofia, sui problemi biologici e sociali della popolazione, su temi di politica internazionale. Da segnalare, c'è documentazione nelle carte Abate, sono una discussione tra Ernesto Nathan Rogers e Franco Marescotti su “L'architettura ad una svolta (la casa dell'uomo)”, una conferenza di Giuseppe De Florentis su “La fabbrica e l'uomo: tecnica organizzativa del lavoro”, la partecipazione a “Convegno nazionale per la ricostruzione edilizia” promosso dal Cnr e a dibattiti organizzati con il Centro economico per la ricostruzione sulle forme di controllo degli organi direttivi dei grandi complessi industriali. Su quest'ultimo tema, di particolare significato sono due incontri riguardanti il tema: “Tra capitalismo e socialismo: i Consigli di gestione”.
Riguardo alle attività della sezione “Azione di massa”: tra ottobre e novembre, all'interno degli stabilimenti di Falk, Breda, Marelli, Caproni, Pirelli, O.M., Borletti, si tennero cinque corsi con esperti su “Origine delle malattie e immunizzazione”, “Teatro”, “Problemi di igiene sessuale”, “Storia del cinema”, “Idee moderne sull'astronomia”.
Il 16 marzo 1946, nella prestigiosa sede di via Filodrammatici 5, venne inaugurata l'altra creatura banfiana, la Casa della cultura, con un discorso di Ferruccio Parri.
Fu qualcosa di tumultuoso. Di disordinato anche, e di affannoso. […] Funzionavano un comitato provvisorio ed una segreteria. In parte le riunioni (conferenze, dibattiti, comitati organizzatori di altre iniziative autonome ecc.) erano predisposte dalla segreteria. Senza però che venissero distribuiti inviti o manifesti, dato che si lavorava per così dire artigianalmente. La gente interessata si riuniva alla sera in questi locali, che erano stati conquistati, si può dire, “manu militari”. E si chiedeva: «che cosa c'è questa sera?». Erano disponibili tre sale: in ognuna di esse c'era una riunione differente. E il pubblico accorso sceglieva al momento dove recarsi.[16]
Il Fronte divenne da allora una delle 24 associazioni ospiti della Casa, ma già a partire da quella primavera iniziò un percorso di distanziamento, concentrando tutte le energie nel settore della scuola e dell'azione di massa. L'unica iniziativa che si tenne presso la Casa della cultura fu un corposo Corso di cultura contemporanea: 15 lezioni da marzo a giugno 1946 dove si intrecciavano temi di letteratura, arte, scienza, architettura, filosofia, economia.
In aprile il Fronte organizzò un corso di pedagogia e didattica e uno di preparazione ai concorsi magistrali, temi a cui Banfi era particolarmente interessato.
Le attività promosse dalla sezione “Azione di massa” furono numerose e diversificate: corsi liberi prevalentemente al Liceo Beccaria (lingue, taglio, stenografia, computisteria, arte), corsi aziendali sui medesimi temi presso aziende e uffici comunali, corsi di preparazione agli esami di riparazione per scuole di ogni ordine e grado, scuole presso alcune sezioni del Pci, collaborazioni con altri enti ad esempio il Comune di Bollate tramite invio di relatori su temi storici, politici, sanitari.[17]
Nonostante la mole di lavoro, e forse anche per questo, nell'estate 1946 vennero al pettine alcuni nodi originari di fragilità del Fronte, il finanziamento sopra tutti. Dino Formaggio diede le dimissioni, motivandole con una lettera in cui affermava: «una organizzazione solidamente impostata e decisa a raggiungere in estensione e in profondità tutti gli scopi che si era prefissi, non può concretamente vivere se non gli viene costruita una spina dorsale economica.»[18]
A Formaggio subentrò Clelia Abate e, nonostante la crisi, il 1947 fu un anno di rigogliosa attività. La sezione “Attività di massa” ripropose incrementandole le iniziative dell'anno precedente. Il così detto “centro” promosse un importante Convegno sulla scuola, suddiviso in una fase preparatoria con discussioni tra febbraio e marzo e il convegno vero e proprio a giugno concentrando l'attenzione sulla scuola elementare, la lotta all'analfabetismo e l'istruzione tecnica e professionale.[19]
Si tennero inoltre un convegno sulla funzione delle scuole di assistenza sociale e un ciclo di conferenze su “Le ideologie che hanno fatto l'Italia”.
Ad ottobre 1946 il Fronte partecipò a Firenze al I Congresso nazionale della cultura popolare con una relazione di Banfi, a novembre tenne il proprio Congresso con relazioni di Formaggio, Abate e Bonfigli.[20]
Durante il 1948, l'elezione di Banfi al Senato che lo allontanò dall'impegno diretto per il Fronte e soprattutto la rottura dell'unità sindacale che bloccò le attività nei confronti del mondo del lavoro e delle imprese, spesso impedendo fisicamente l'accesso ai luoghi produttivi, portarono il Fronte all'esaurimento proprio su quel versante che denotava la sua specifica identità.
Note
E. Curiel, Perchè vogliamo la democrazia progressiva, in l'Unità, edizione Italia settentrionale, n. 11, 25 luglio 1944, sta in Eugenio Curiel, Scritti 1935-1945, a cura di Filippo Frassati, Roma, Editori riuniti, vol. 2, pagg. 116/117.
Cfr. Mariachiara Fugazza, Dal fronte della cultura alla Casa della cultura, sta in Milano Anni Cinquanta, a cura di G. Petrillo e A. Scalpelli, Milano, Franco Angeli; si veda anche Archivio Fondazione Isec, Nastroteca, intervista a Clelia Abate. Fondazione ISEC, insieme a Fondazione Gramsci di Roma, ha recentemente dedicato alla vicenda de Il Politecnico la mostra Vittorini a Milano. 1943-1947. Gli anni del Politecnico, tenuta presso la Fondazione Corrente di Milano, in collaborazione con Studio Origoni Steiner di Milano e il Centro di Raccolta e Archiviazione della Fotografia (CRAF) di Spilimbergo.
Cfr. Il Politecnico, n. 1, 29 settembre 1945
«l'Unità», 27 aprile 1945.
Archivio Fondazione Isec, Fondo Clelia Abate, busta 1, fasc. 2a, verbale riunione 4 maggio 1945.
Ibid.
Ibid.
Ibid. Fronte della cultura, Circolare n. 1
Ibid. Verbale riunione 27 giugno 1945.
Ibid. Proposta di organizzazione, busta 1, fasc. 1
Ibid. Verbale riunione 19 luglio 1945, busta 1, fasc. 2b
Ibid. Osservazioni critiche, busta 1, fasc. 1
Ibid. Intervista pubblicata in Sapere, busta 1, fasc. 1
Il libro di Charles P. Snow, Le due culture, edito da Cambridge University Press nel 1959, fu pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1964.
Cfr. Fondazione Gramsci/Archivi PCI/PCI, Direzione nord/Liberazione/Verbali e resoconti di riunioni diverse/Relazione sulla riunione della Direzione del giorno 26 giugno 1945. Vedi anche Marco Maggi, Il lavoro culturale. Verbale di una discussione nella Direzione alta Italia del PCI, 26 giugno 1945, sta in Casa della cultura quarant'anni, Milano, Franco Angeli, 1986. Sui medesimi temi, vedi anche Marzio Zanantoni, L'educazione alla libertà, sta in Materiali di Estetica, n° 9, 1 febbraio 2022.
Cfr. Cesare Musatti, Origine, sta in Casa della cultura quarant'anni, cit.
Cfr. Archivio Fondazione Isec, Fondo Clelia Abate, busta 1 fasc. 4
Ibid. Dimissioni del segretario, busta 1, fasc. 2e.
Ibid. Convegno sulla scuola, busta 1, fasc. 3. Sono presenti resoconti del dibattito nella fase preparatoria e le relazioni con resoconti del successivo dibattito delle quattro serate del Convegno: 14 giugno 1947 “Scuola e vita”, 18 giugno 1947 “Scuola e lavoro”, 21 giugno 1947 “Scuola e cultura”, 25 giugno 1947 “Scuola persona e società”.
Ibid. Congresso del Fronte della cultura, “Relazione della dott. Abate”, busta 1, fasc. 2e.
Sull'elenco dettagliato delle attività del Fronte della cultura e della Casa della cultura, vedi Marco Maggi, Fronte della cultura e Casa della cultura: due nascite, due destini, sta in Casa della cultura quarant'anni, cit.
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