Piero Montagnani, Vicesindaco della Ricostruzione
di Dino Barra
Piero Montagnani (Borgo Val di Taro,1901 – Milano, 1976) è figura chiave della ricostruzione post bellica a Milano. Capolista per il Partito comunista italiano nelle prime elezioni amministrative dopo la fine della guerra, quelle del 7 aprile del 1946 svoltesi con il suffragio universale, viene eletto in consiglio comunale risultando il candidato più suffragato. Diventa vicesindaco (senza deleghe specifiche, poi dopo il rimpasto del febbraio 1947 con la delega all’Annona) di una Giunta guidata dal sindaco Antonio Greppi, socialista, e sostenuta dal Partito socialista (a quel tempo Psiup), dalla Democrazia cristiana, dal Partito comunista. Tra alterne vicende politiche Montagnani occuperà la carica di vicesindaco fino al febbraio 1949. Con la formazione di una Giunta Greppi sostenuta da una maggioranza centrista - Partito socialdemocratico italiano, Democrazia cristiana, Partito repubblicano – il Partito comunista passa all’opposizione e Montagnani ne diventa il portavoce più autorevole. Rimane in consiglio comunale fino al 1956. Nelle elezioni del 2 giugno del 1946 era stato eletto come deputato all’Assemblea Costituente ma si era poi dimesso per svolgere al meglio il suo compito di vicesindaco a Milano. Nel 1948, in occasione delle prime elezioni parlamentari, viene eletto senatore della Repubblica, carica che manterrà per quattro legislature fino al 1968.
Aspetti della biografia politica
Montagnani, una laurea in farmacia, si affaccia all’esperienza amministrativa con il prestigio del suo passato di antifascista militante e di capo partigiano. Iscrittosi all’età di 18 anni alla federazione giovanile socialista, aderisce due anni dopo al Partito comunista, una scelta pagata nel corso del ventennio fascista con undici anni di carcere, confino, internamento. Ritornato alla vita civile dopo il 25 luglio 1943, di lì a qualche mese entra nelle file del movimento partigiano ricoprendo per conto del suo partito importanti incarichi politici e militari in Toscana e in Emilia Romagna. Dopo la fine della guerra torna a Milano, la città dove si era trasferito già dal 1925 per aprire un laboratorio farmaceutico, e qui diventa nell’ottobre del 1945 segretario della federazione milanese del Partito comunista insieme a Giancarlo Pajetta e a Francesco Scotti.
Foto di Alfonso Galasi, fondo Francesco Scotti, Archivio Fondazione Isec
A fronte di una crescita degli iscritti e delle sezioni che nei mesi successivi alla liberazione si sta facendo travolgente (gli iscritti sono 15.000 all’indomani della liberazione, a giugno superano gli 80.000 per arrivare a oltre 110.000 nei primi mesi del 1946),[1] Piero Montagnani è tra i più impegnati a costruire il “partito nuovo” con una cultura politica attenta alla proposta oltre che alla denuncia, attenta anche all’apertura verso altri interessi sociali come quelli rappresentati dal ceto medio: impiegati, tecnici, piccoli lavoratori autonomi.[2] La prospettiva politica dentro cui Montagnani colloca questo sforzo riformatore è la costante ricerca di una unità di azione con il Partito socialista, e non soltanto per ragioni tattiche. Nella prima seduta del consiglio comunale dichiarerà: «noi comunisti, eredi di tanta parte dell’esperienza socialista, desiderosi di divenire eredi anche della migliore tradizione amministrativa socialista».[3] A voler segnalare con queste parole, per la gravosa responsabilità amministrativa a cui va incontro, l’impegno suo e del suo partito a governare nella prospettiva di un concreto riformismo, lontano da ogni tentazione palingenetica. Montagnani sembra attento, tuttavia, anche a evitare i rischi di un vuoto pragmatismo: nei suoi discorsi (in coerenza con la retorica comunista del tempo) e nelle sue scelte amministrative il riferimento agli interessi delle classi popolari e al tema della giustizia sociale è sempre presente. A ciò si accompagna l’impegno solidaristico, in particolare a favore dei bambini milanesi provati dalle conseguenze della guerra: il Comitato per l’Infanzia che Montagnani e sua moglie Tita Fusco contribuiscono a far nascere nei primi mesi del dopoguerra gestirà l’ospitalità di centinaia di bambini poveri presso le famiglie di altre città, le colonie estive, la distribuzione di cibo, medicinali, indumenti con fondi raccolti da associazioni, aziende, semplici cittadini.
La forte attenzione al radicamento territoriale dell’agire politico è una caratteristica sempre presente del profilo pubblico di Montagnani. Non solo l’importanza data alla sua città di elezione, con la scelta di rinunciare alla carica parlamentare per fare il vicesindaco di Milano.
Montagnani e sua moglie Tita vivono alla Cagnola, quartiere della periferia nord, e lì sono molto conosciuti a causa del loro impegno solidaristico, diretto anche verso coloro che hanno avuto trascorsi fascisti.[4] Su L’Unità, il giornale del suo partito dove firma articoli con lo pseudonimo “Il Vigile”, il vicesindaco si sofferma con una certa frequenza su quel che accade nel suo rione, come quando scrive dell’attività sociale dei giovani della zona.[5] Una biografia di Montagnani candidato al Senato della Repubblica redatta nel 1948 dal Fronte Democratico Popolare dà notizia del suo impegno per la costruzione di un centro sportivo in quartiere:
Alla Cagnola, dove abita Montagnani, fino a poco tempo fa non esisteva un campo sportivo. In un agglomerato dove vivono 50.000 persone ci sono migliaia di giovani. Montagnani diede vita all'Ente Sport Popolare la cui prima cura fu quella di raccogliere fondi per l'allestimento di un campo, oggi [1948, ndr] pressoché ultimato. Ma l'Ente al quale aderiscono associazioni, cittadini, autorità del popolare rione, andò oltre: progettò e mise in cantiere un più vasto complesso di costruzioni per lo sport. Anche per questo i soldi necessari vennero raccolti nel rione stesso. La Cagnola avrà fra breve un'attrezzatura completa: palestra coperta, campo di pallacanestro, gioco delle bocce, pista da ballo, spogliatoi e cinema. Montagnani, che è il Presidente dell'Ente Sport, appena trova mezz'ora libera lascia il Comune e segue i lavori che procedono alacremente.[6]
È forse alla luce di questa sensibilità, che si accompagna all’esercizio di una concretezza di azione molto “meneghina”, che si possono spiegare i toni tra il distaccato e l’ironico con cui Montagnani, in una lettera alla moglie, commenta il suo primo giorno “romano” presso l’Assemblea Costituente:
[…] Accoglienza molto cordiale. Inizialmente troppa deferenza a base di “onorevole”. “Non cominciamo a sfottere” è stata la mia presa di posizione e la cordialità è aumentata. Spese. Vertigini. […]. Iperbole. Fiumi di denaro. Tassì, telegramma, sigarette. Due pasti di ieri, uno di oggi = portafogli assai smagrito. Qui se non fuggo… ci lascio anche i sandali. Prima riunione dell’assemblea. Delusione. Accademia. Un discorso papavero della mummia Orlando, aula fredda, tribune gelide…Greppi mi diceva che era molto più bella la prima riunione del Consiglio Comunale di Milano. Non ha torto, ma le prospettive sono diverse. Qui si tratta di rifare l’Italia e speriamo che ci riescano. Ho già visto taluni iniziare brillantemente il loro lavoro con lunghi pisolini di tipo vecchio parlamento. Le poltrone sono comode, i servizi eccellenti ma ho il timore che taluni vorranno far capire che sanno parlare… e parleranno.[7]
L’impegno da vicesindaco: una Milano da ricostruire
All’indomani della liberazione Milano deve affrontare le ferite lasciate aperte dalla guerra. La prima Giunta Greppi, quella nominata dal CLN nell’aprile del 1945, avvia una ricostruzione che nel 1946 è lungi dall’essersi conclusa. In cima alle preoccupazioni degli amministratori c’è il tema della casa: i bombardamenti hanno danneggiato circa la metà del patrimonio immobiliare della città, 146.400 locali sono totalmente inabitabili a fronte di un fabbisogno abitativo che cresce con il ritorno dei reduci e degli sfollati e che viene calcolato in 557.266 vani.[8] Chi può trova un tetto presso parenti e amici ma l’indice di affollamento si impenna moltiplicando situazioni di forte precarietà sotto il profilo igienico sanitario. Bisogna rimuovere le macerie, e bisogna riparare e ricostruire per dare un tetto ai milanesi nel tempo più veloce possibile. Ci sono poi i problemi dell’approvvigionamento alimentare, del fabbisogno di combustibile, della disoccupazione dilagante.
In un’intervista all’Unità nelle settimane immediatamente successive alla sua nomina a vice sindaco, Montagnani elenca le priorità di intervento: assicurare un rifornimento alimentare a prezzi accessibili alla popolazione, avviare lavori di pubblica utilità che allevino la disoccupazione, provvedere alla costruzione di nuovi alloggi. Su questi e su altri temi procederà insieme alla Giunta con provvedimenti di emergenza ma necessariamente circoscritti, aprendo un contenzioso con il governo centrale per ottenere fondi che permettano interventi più organici e soprattutto una legge che riconosca ai Comuni un’autonomia amministrativa e finanziaria impedita dalle norme fasciste ancora in vigore.[9]
La documentazione su Piero Montagnani conservata in Fondazione ISEC[10] ci permette di mettere a fuoco alcuni dei temi su cui nell’anno dell’investitura e in quelli seguenti il vicesindaco impegna le sue capacità amministrative. È una ricognizione interessante da fare perché l’azione di Montagnani è spia di alcune coordinate teoriche e politiche entro cui nel secondo dopoguerra si svolge il governo della città, per molti aspetti in continuità con la tradizione del riformismo municipale delle giunte socialiste precedenti l’avvento del fascismo. Si tratta di principi ispiratori e di pratiche amministrative che, condivise non senza contrasti con gli altri partiti di Giunta, sono destinati a diventare tratti distintivi del governo della città almeno fino ai primi anni Ottanta del Novecento.
La democrazia municipale
In uno scritto chiamato Un’esperienza democratica. Le Consulte popolari, stampato dal Comitato cittadino delle consulte popolari tra il 1946 e il 1947, il vicesindaco Montagnani si sofferma sull’originale esperienza delle consulte popolari diffusasi a Milano a partire dalla seconda metà del 1946. Si tratta di organismi di democrazia diretta, comitati di cittadini dei vari quartieri milanesi che censiscono i problemi collettivi segnalati dagli abitanti anche attraverso “assemblee popolari di rione”, li raccolgono in “quaderni di rivendicazione”, li segnalano al governo centrale della città discutendo con gli assessori e consiglieri competenti la natura dei possibili interventi o agendo anche in modo diretto per risolverli, laddove possibile. Montagnani registra l’attività di 46 consulte popolari, diffuse in modo omogeneo dal centro alle periferie, a cui si aggiunge un “Comitato cittadino di coordinamento” per la trattazione di temi riguardanti più rioni o tutta la città che raccorda l’attività delle diverse consulte anche attraverso la pubblicazione di un bollettino periodico. Gli ambiti di intervento diretto delle consulte popolari vanno dalla cura del verde e dell’arredo urbano al potenziamento di luoghi di aggregazione come i centri sportivi all’organizzazione di feste popolari. Laddove è necessario, si organizzano anche distribuzioni di viveri per chi ne ha necessità e piccoli lavori pubblici oltre ad attività di “tutela della pubblica moralità” e lotta contro il carovita. C’è poi l’attività di denuncia delle carenze relative a assetti urbanistici e funzionamento dei servizi pubblici.
Si tratta con tutta evidenza di organismi che si muovono in continuità con l’esperienza dei Cln rionali, nati in gran parte nei giorni della liberazione, che in stretto collegamento con il Cln cittadino avevano fornito un contributo fondamentale alla ricostruzione di uno spirito civico nella popolazione milanese vessata dalla guerra. Poi il ruolo di quegli organismi si era andato esaurendo nel passaggio al governo della città gestito dalle rappresentanze istituzionali liberamente elette, quindi all’indomani delle elezioni amministrative del 7 aprile 1946.[11] Le consulte popolari vogliono raccogliere le istanze partecipative dei cittadini e collocarle nel contesto dato dal funzionamento delle istituzioni rappresentative. In realtà il loro operato è guardato con sospetto dalle forze dell’ordine e non è condiviso da una parte della città, quella più moderata che fa riferimento alla Democrazia Cristiana, che non partecipa all’attività di questi organismi vedendo in essi un mero strumento di condizionamento dell’operato della Giunta da parte dei partiti di sinistra.
Nel suo scritto Montagnani ribadisce il valore educativo prima che politico di questa esperienza. Definisce le Consulte popolari «una scuola di democrazia, di responsabilità, di civismo, di quadri amministrativi oltre che organismo di controllo popolare» e arriva a concludere: «Per quanto concerne noi, democratici conseguenti, abbiamo preso posizione nei confronti delle Consulte, fin dal loro nascere; è una posizione di simpatia, di fiducia e di aiuto».[12]
Montagnani sa bene che la partecipazione alla decisione democratica impone autodisciplina. Nelle sue ricorrenti occasioni di incontro con i cittadini non mostra alcuna indulgenza verso atteggiamenti demagogici e meramente protestatari. Nel luglio del 1946, in visita al villaggio di baracche dei sinistrati a Bruzzano, Montagnani sollecita la nascita di organismi di rappresentanza e di autogoverno di quella realtà invitando con pari forza alla lotta contro i comportamenti ribellistici e illegali, condizione basilare per un confronto positivo con l’Amministrazione.[13]
La stagione delle consulte popolari incoraggiata dal vicesindaco prosegue tra fasi alterne e con contraddizioni crescenti fino agli inizi degli anni Cinquanta, poi si esaurisce fino a cessare nel 1958 con lo scioglimento del comitato cittadino.[14] Nei decenni successivi, l’idea di una democrazia partecipata, ormai radicata nella cultura politica della città, prenderà altre forme, dai comitati di quartiere degli anni Sessanta e Settanta ai primi progetti di decentramento amministrativo con il sindaco Aniasi, fino alla costituzione nel 1980, con Carlo Tognoli sindaco, dei consigli di Zona eletti direttamente dai cittadini, poi nel 2016 riorganizzati in Municipi.
La questione abitativa
Buona parte della documentazione relativa all’impegno amministrativo del vicesindaco Montagnani nel primo anno del suo mandato riguarda la questione abitativa, il fabbisogno di alloggi per le migliaia di famiglie senza casa a fronte di un patrimonio edilizio seriamente compromesso dalla guerra. Nei mesi precedenti le elezioni del 7 aprile, la questione era stata affrontata soprattutto attraverso misure di requisizione e riparazione che avevano suscitato polemiche anche in conseguenza di modalità di applicazione di tipo speculativo. Montagnani, pur senza una delega specifica, si fa carico del problema consapevole della necessità di interventi emergenziali a cui accompagnare strategie abitative di più lungo periodo. Propone l’istituzione di un Comitato cittadino per la ricostruzione edilizia e ne diventa presidente raccogliendovi i soggetti sociali, economici e politici della città che possono essere coinvolti nella soluzione del problema. Sembra essere chiara al vicesindaco l’importanza di coinvolgere gli imprenditori nello sforzo della ricostruzione, ma Montagnani conosce i limiti dell’iniziativa privata. In un opuscolo che ricostruisce l’azione del vicesindaco è scritto:
Era necessario pianificare la ricostruzione della città, facendo in modo che i vecchi criteri fossero sostituiti da nuovi, e invece si lasciava libera mano alla iniziativa privata nell'illusione che questa, da sola, potesse risolvere tutto. Montagnani dimostrò, cifre alla mano, come i limiti dell'iniziativa privata non fossero infiniti; come essa avrebbe circoscritto la sua azione alla costruzione di stabili signorili; come era urgente provvedere per il popolo che non può sborsare cifre astronomiche per procurarsi un tetto qualsiasi. Il problema si presentava così: «Chi deve ricostruire Milano?». E Montagnani, parlando in Consiglio a nome del gruppo comunista, rispondeva e ripeteva senza stancarsi: «L'iniziativa privata e quella pubblica» […][15]
Dove appare chiaro che il contributo dell’iniziativa privata alla ricostruzione di Milano, pur indispensabile, non può prescindere per il vicesindaco Montagnani da un forte ruolo pubblico di indirizzo che ne riorienti gli obiettivi in direzione della costruzione di edilizia sociale e non soltanto di case destinate ai ceti abbienti o a uffici e negozi.[16]
In un articolo dell’agosto del 1946[17] Montagnani indica le misure – governative e comunali - che potrebbero essere adottate a questo scopo: esenzione ventennale di ogni imposta sui fabbricati, annullamento della tassa sulle cartelle del prestito fondiario, esenzione delle imposte di consumo per il materiale da adibirsi a costruzioni di tipo popolare, diritto di superficie delle aree demaniali concesso per un lungo periodo e a basso canone. I costi di queste agevolazioni dovrebbero essere sopportati in parte da finanziamenti governativi, in parte dal Comune previa concessione di una reale autonomia finanziaria.
Nel frattempo, però, il Comune è alle prese con il bisogno immediato di case. Montagnani e l’intera Giunta sono chiamati ad adottare soluzioni abitative in grado di corrispondere a questo bisogno, soprattutto per le classi popolari.
In primo luogo, viene proseguita la rimozione delle macerie, operazione conclusa grosso modo nel volgere di un anno, pagata dal Genio Civile con fondi in un primo tempo anticipati dal Comune. C’è poi la necessità di costruire nuove abitazioni: quelle realizzate ad opera dei privati sono costose e poco accessibili alla gran parte dei cittadini, diventa fondamentale l’intervento dell’Istituto case popolari che nel giro di un anno circa, tra ricostruzioni e nuove costruzioni, restituisce alla città circa 45.000 locali; molto modesto rispetto al fabbisogno è invece l’intervento diretto dello Stato.
Nell’estate del 1946 numerose baracche in legno situate in precedenza in zone di estrema periferia dove rimanevano inutilizzate sono collocate lungo grandi viali cittadini dando la possibilità di usufruire di 628 locali; altri 2000 vani vengono resi disponibili attraverso la costruzione con fondi comunali di casette prefabbricate collocate in vari punti della città. Viene poi avviata la costruzione di una palazzina di trenta appartamenti e ottantotto locali messi in palio in una lotteria cittadina bandita con l’evidente scopo di reperire risorse finanziarie per la ricostruzione edilizia.[18] La palazzina sorge in un quartiere – il Q-T8 (Quartiere Triennale 8), progettato da Piero Bottoni su terreni comunali e finanziato da fondi ministeriali - con case destinate a ospitare le famiglie di sfollati e senza tetto.
Su proposta del vicesindaco, la Giunta comunale approva anche la costruzione, a imitazione di quanto già veniva realizzato in altri Paesi come la Norvegia, la Svezia, l’URSS, di una decina di case albergo pubbliche per un totale di circa 3000 vani dotate di ristorante, biblioteche, sale riunioni, da destinare mediante contratto di affitto a scapoli e nubili o giovani coppie senza figli appartenenti al ceto impiegatizio e operaio, in modo da sottrarli al lucroso mercato degli affittacamere: un progetto finanziato con un mutuo di un miliardo di lire contratto con un gruppo finanziario privato, un piccolo ma significativo esempio di concezione dell’abitare (e della città) su basi collettive.[19] I giornali dell’epoca danno rilievo a questi provvedimenti ma è lo stesso Montagnani a raccontarli su Città di Milano,[20] la rassegna mensile del Comune, a conferma della sua diretta assunzione di responsabilità sui temi della ricostruzione, condivisa con il resto della Giunta.
Nella gestione di questi provvedimenti Montagnani è attento a evitare la formazione di quartieri ghetto. Per questa ragione si adopera per collocare le case prefabbricate e le case albergo – destinate ai senza casa e ai ceti meno abbienti – in luoghi diversi della città, compresi quelli centrali. Al giornalista che, facendo riferimento alle critiche sollevate da taluni per questa scelta, gli chiede se non fosse stato più funzionale costruire tutte le casette in una sola area raggruppandole in un “villaggio – giardino” il vicesindaco risponde:
[…] Non sono entusiasta dei “villaggi giardino” perché sento la necessità di partecipare alla vita politica e sindacale per difendere i miei interessi generali e particolari che non si tutelano annaffiando in idillica solitudine un fazzoletto di terra magra e periferica. […] Questi “villaggi” […] costruiti all’estrema periferia cittadina vogliono sanzionare e suggellare una supposta e umiliante inferiorità sociale […][21]
Non è difficile cogliere in questa risposta una visione di città come teatro di democrazia partecipata e conflittuale, senza impedimenti derivanti da condizioni di segregazione socio-territoriale.
Lo sguardo amministrativo di Montagnani si sforza di andare oltre l’emergenza. Nella conferenza stampa dell’agosto del 1946 che anticipa un’importante riunione di Giunta, il vicesindaco presenta a nome del suo partito un piano per la ricostruzione edilizia che riprende alcune delle proposte affacciate in precedenti interventi (sostegno all’iniziativa privata mediante esenzione dalle imposte di consumo di materiale, concessione di superfici gratuite sulle aree comunali, ecc. in cambio di canoni di affitto calmierati); vi aggiunge l’indicazione di misure capaci di dare maggiore efficacia al ruolo di pianificazione e intervento del soggetto pubblico: tra queste, la possibilità per il Comune, previo modifica governativa di alcune norme nazionali, di espropriare senza indennizzo le aree e le case sinistrate di proprietari che si rifiutano di ricostruire pur potendolo fare. Per un piano siffatto Montagnani guarda, per sua esplicita ammissione, più che all’edilizia pianificata sovietica, al piano decennale di costruzioni realizzato nella statunitense Tennessee Valley. La copertura economica verrebbe assicurata da tributi diretti proporzionali al reddito, prestiti, integrazione statale, oltre che dal meccanismo della lotteria di cui si diceva.
In quella stessa occasione, e in linea con una visione interventista dell’istituzione pubblica a difesa delle fasce deboli della città, Montagnani chiede che il Consiglio Comunale si pronunci contro lo sblocco degli affitti (fatta eccezione per le case di lusso) e per un “affitto politico” proporzionale al reddito che arrivi a prevedere la gratuità temporanea per i disoccupati involontari.[22]
L’approccio di Montagnani a proposito delle politiche abitative consegna al Comune un ruolo forte di regia, indirizzo, controllo ma anche di intervento diretto sul patrimonio edilizio della città. Questo approccio viene condiviso da tutta la Giunta Greppi.
E tuttavia il piano della ricostruzione edilizia non avrà significativi sviluppi, soprattutto a causa delle condizioni della spesa pubblica che non consentono politiche di questo genere.[23] Conta anche la resistenza opposta dagli investitori immobiliari e dalla grande proprietà all’approccio dirigistico (e progressivo redistributivo in tema fiscale) della Giunta, un dato messo in luce soprattutto dagli studi di Giancarlo Consonni e Graziella Tonon.[24] E contano, infine, le diversità di cultura politica all’interno della Giunta: lo stesso Montagnani, dieci anni dopo, in un suo scritto del 1956 conservato nella biblioteca di Fondazione ISEC, ritornando in maniera critica e autocritica sul mancato raggiungimento degli obiettivi di questa azione amministrativa, ne attribuisce l’esito insoddisfacente alle resistenze padronali ma anche alle timidezze della Giunta.[25]
La rivendicazione di centralità decisionale e operativa del Comune sembra, insomma, non avere presupposti politici e finanziari solidi. Si spiega in questo modo la natura di alcuni atti come le convenzioni con i gruppi immobiliari per interventi edilizi privi di reali vincoli sociali: in quella del marzo 1947 per la costruzione di 15.000 vani in zona Navigli il Comune si limita a chiedere generiche garanzie circa il calmieramento dei canoni d’affitto e la ricollocazione degli inquilini da sfrattare.[26]
In realtà, la Giunta Greppi (nelle sue molteplici versioni ciellenistiche) è un campo di tensioni politiche dove l’approccio interventista ai temi dell’abitare, sostenuto da Montagnani con particolare convinzione, riesce a informare aspetti importanti della cultura amministrativa ma deve fare i conti con un’altra visione, quella meno regolativa e più attenta alle logiche del mercato, sostenuta soprattutto dalla Democrazia cristiana.
È un contrasto di vedute che si esercita anche a proposito della importante vicenda del nuovo Piano regolatore, il “piano Venanzi”, dall’assessore comunista che, con delega specifica, guida il percorso della apposita commissione (la Commissione generale, che sovrintende a una miriade di altri organismi) dal suo costituirsi nel luglio 1946 fino al marzo 1948, anno in cui il nuovo piano viene approvato in Consiglio comunale. Non è questa la sede per parlarne, anche perché Montagnani vi gioca un ruolo, per così dire, laterale. Ma anche in questa vicenda l’obiettivo di costruire una città socialmente migliore subisce i condizionamenti della cultura immobiliarista finendo per aprire numerose occasioni all’assalto edilizio, con l’accento messo sulla definizione di un nuovo e più funzionale sistema viario che autorizza numerosi interventi di distruzione e ricostruzione;[27] oppure con la richiesta rivolta al Comune (conservata anche nella versione di piano regolatore del 1953) di acquistare terreni in periferia (ai prezzi dei fondi agricoli) così da sottrarre l’edificazione alla prepotenza della speculazione immobiliare, richiesta rimasta tuttavia quasi del tutto disattesa.[28]
Ciò detto, l’approccio interventista in senso sociale di cui Montagnani (insieme ad altri) si fa portatore rimane uno degli aspetti caratterizzanti dell’attività di Giunta di quel “millenovecentoquarantasei”. Non solo: pur tra alterne vicende andrà a costituire un aspetto importante della cultura di governo dell’Amministrazione comunale milanese almeno fino agli anni ’80. Basti pensare, per fare qualche esempio, alla variante al Piano regolatore generale approvata nel luglio 1972 che istituisce un Piano di zona per il quartiere Garibaldi che consente l’esproprio comunale di edifici da risanare e destinare a case popolari a poca distanza dal centro città; o alla variante del 1976 che insiste sulla riqualificazione del patrimonio abitativo esistente, sul contenimento dello sviluppo abitativo, sul contrasto alla speculazione edilizia.
Montagnani trasferirà anche ad altri ambiti amministrativi questo approccio fortemente pubblicistico. Si vedano a tal proposito i suoi contributi – che ci limitiamo a ricordare - circa l’importanza delle aziende Municipalizzate per garantire servizi efficienti e accessibili a tutti.
In questo risiede probabilmente il suo contributo più significativo di vicesindaco della ricostruzione, almeno per come emerge dalle carte conservate in Fondazione ISEC: con il suo operato politico amministrativo egli riprende e attualizza nel contesto della ricostruzione post bellica “la migliore tradizione amministrativa socialista”, quella che nei primi vent’anni del Novecento si era nutrita di un marcato riformismo sociale e aveva costruito le basi del welfare municipale ambrosiano, contribuendo a farne un elemento distintivo e imprescindibile dell’identità amministrativa di Milano nei decenni a venire.
Note
Luciano Trincia, La città, la fabbrica, il partito. La riorganizzazione del Pci a Milano dopo la liberazione, in Italia contemporanea, n. 178, marzo 1990.
Impiegati, professionisti, disoccupati-uomini da difendere, categorie da tutelare, intervista col compagno Piero Montagnani, vicesindaco di Milano e candidato alla Costituente, in L’Unità, 24 maggio 1945.
Il Consiglio Comunale in prima seduta, in L’Unità, 15 maggio 1946.
Alla Cagnola le stelle sono a buon mercato. Un ex perseguitato soccorre le figlie di un fascista, in La Voce di Milano, 9 febbraio 1946.
Volontariato civico, in L’Unità, 27 giugno 1946.
Fronte Democratico Popolare, Piero Montagnani, candidato Senatore al V° Collegio di Milano, Milano, opuscolo autoprodotto, 1948, O-Irsmo 224.
Lettera alla moglie del 25 giugno 1946, in Fondo Montagnani Marelli, busta 4, fascicolo 16.
Marina Baccalini Punzo, Il CLN della città di Milano e sobborghi, in AAVV, La Resistenza in Lombardia, Firenze, Le Monnier, 1981, p. 190.
Libertà ai Comuni esigenza immediata, in L’Unità, 2 agosto 1946.
In Fondazione ISEC è conservato il fondo archivistico Montagnani Marelli Piero - Fusco Tita che contiene, tra l’altro: una rassegna stampa con gli interventi, le interviste, gli articoli che riguardano Montagnani, pubblicati nel 1946 su giornali di tiratura nazionale come L’Unità e il Corriere della Sera (la rassegna stampa arriva fino al 1957); biografie, commemorazioni e un’autobiografia; alcuni scritti – in forma di appunti e opuscoli - riguardanti il tema della casa, ma anche, successivi al 1946, il tema delle municipalizzate e della gestione dei servizi pubblici comunali. Poi molto altro: sull’attività antifascista nel periodo del ventennio, sull’impegno di parlamentare, ecc. Sono inoltre disponibili di Montagnani gli articoli pubblicati su La Voce comunista, il settimanale della federazione milanese del Pci, e opuscoli sui temi della casa, delle municipalizzate, delle Consulte popolari.
Marina Baccalini Punzo, Il CLN della città di Milano e sobborghi…, cit., pp 230-233.
In un articolo apparso su L’Unità del 25 giugno 1946 Montagnani ritorna su questi suoi convincimenti condensandoli nell’espressione “Comune casa di vetro”.
L’autorità sul villaggio vi appartiene da questo momento, in L’Unità, 16 luglio 1946.
Sull’esperienza delle consulte popolari a Milano negli anni della ricostruzione si veda Marco Soresina, Integrazione e mobilitazione delle periferie: le Consulte popolari, 1946-1958, in Daniela Saresella e Paolo Zanini (a cura di), Progettare la citta democratica. Milano 1945 – 1951, Milano, Feltrinelli, 2025.
Fronte Democratico Popolare, Piero Montagnani, candidato Senatore al V° Collegio di Milano…, cit., p.15.
Le cabine di Ostia e i negozi di Milano, in L’Unità, 18 agosto 1946.
Per gli appartamenti di lusso, niente sovvenzioni statali o comunali, in L’Unità, 20 agosto 1946.
Ottantotto appartamenti in lotteria, in Milano sera, 27-28 agosto 1946.
Case albergo in centro, in Corriere di informazione, 13 settembre 1946.
P. Montagnani, Ricostruzione edilizia di Milano, in Città di Milano, n. 64, febbraio – marzo 1947, pp. 17-21
Nei centri di Milano rifugi provvisori per i senza tetto, in La Voce Comunista, 7 dicembre 1946.
Bisogna ricostruire Milano, L’Unità, 28 agosto 1946.
Una risposta importante ai bisogni abitativi della città arriverà soltanto a partire dal 1949 con gli interventi statali nel campo dell’edilizia economica e popolare fissati dalla legge n. 43 meglio conosciuta come Piano Ina – casa o Piano Fanfani.
Giancarlo Consonni, Graziella Tonon, Aspetti della questione urbana a Milano dal fascismo alla ricostruzione, in Classe, anno VIII, n. 12, giugno 1976, pp. 43 – 100; G. Consonni, Milano, la ricostruzione tradita, in Storia urbana, anno XLI, n. 159, aprile/giugno 2018, pp.113-134.
Pietro Montagnani, Le prime pietre, Roma, Editori Riuniti, 1956, soprattutto le pp. 24 – 48.
L’edilizia dà il buon esempio in tema di ricostruzione, in L’Unità, 23 marzo 1947.
G. Consonni, Milano, la ricostruzione tradita, cit., pp. 132-133. Consonni richiama tra i fattori che concorrono a questo esito anche «l’assenza di una consapevolezza condivisa sulla rilevanza della cultura della città», una «impreparazione culturale sul terreno dei fatti urbani» che caratterizza le Amministrazioni ciellenistiche e le spinge verso scelte di tipo tecnicista e “sviluppista”.
Giancarlo Consonni, La risposta al problema della casa a Milano negli anni della Ricostruzione (1945-53), in Territorio, Milano, Franco Angeli, n.102, 2022, pp.7-13.
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