2 giugno 1946
di Pompeo Leonardo D'Alessandro
«Il 2 giugno 1946 per suffragio di popolo a presidio di pubbliche libertà e a certezza di progresso civile fu proclamata la Repubblica Italiana»: sono queste le parole riportate in grande evidenza su una targa collocata sopra il banco della presidenza nell’Aula del Senato al fine di evocare la centralità di quella data nella recente storia italiana.
In un contesto in cui apparati, istituzioni, mentalità e uomini furono traghettati dal fascismo alla Repubblica spesso senza soluzione di continuità, il 2 giugno 1946 rappresentò, di fatto, un momento di decisa discontinuità istituzionale, concretizzatasi da una parte con i voti del referendum popolare a favore della nuova forma di governo repubblicana, e, dall’altra, con l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente nella quale avrebbe preso corpo il testo della Costituzione poi entrato in vigore il 1° gennaio 1948.
Principali artefici furono i tre partiti di massa protagonisti della lotta di Liberazione: il partito democratico-cristiano, il partito socialista e il partito comunista ottennero complessivamente circa il 75% dei consensi; con loro, in un serrato e costruttivo confronto, vi furono repubblicani, azionisti, liberali ed esponenti del Fronte dell’uomo qualunque. Tanti gli esponenti di questi partiti che nel corso del precedente ventennio pagarono con la vita la loro ostinata lotta al fascismo. A loro, «a quella generazione intermedia la cui assenza, come classe politica, si fa duramente sentire nella vita del Paese», andò l’omaggio del presidente dell’Assemblea costituente Giuseppe Saragat nella seduta inaugurale del 20 giugno 1946.
Erano trascorsi tre anni da quando, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, Dino Grandi aveva presentato un ordine del giorno con cui il Gran consiglio del fascismo aveva sfiduciato Mussolini e chiesto l’immediato ripristino delle funzioni statali nelle mani del Re. Seguì un periodo di crisi istituzionale aggravato dalle conseguenze dall’armistizio dell’8 settembre 1943 che, di fatto, determinò una definitiva spaccatura dell’Italia nel pieno della Seconda guerra mondiale.
In questo contesto, coloro che erano sopravvissuti nella lotta ai regimi totalitari conoscendo le degenerazioni e le aberrazioni in cui gli Stati sovrani avevano trascinato i popoli attraverso la compressione dei diritti e la repressione delle libertà misero completamente in discussione i principi che fino ad allora avevano ancorato il diritto allo Stato e alle leggi.
Non sorprende che il 26 settembre 1945, intervenendo nel corso della seconda seduta della Consulta nazionale istituita allo scopo di sostituire provvisoriamente il Parlamento in attesa delle elezioni nazionali del 2 giugno 1946, l’allora presidente del Consiglio Ferruccio Parri affermasse: «Tenete presente: da noi la democrazia è praticamente appena agli inizi. Io non so, non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo»; per poi precisare, tra le reazioni di quanti, invece, erano stati protagonisti e artefici dei regimi politici prefascisti: «democratico ha un significato preciso, direi tecnico. Quelli erano regimi che possiamo definire e ritenere liberali».
Si trattava, in altri termini, di ridisegnare la configurazione dei diritti e dei doveri dei cittadini dando vita a nuovi principi che a partire da quel momento avrebbero dovuto essere costituzionalmente garantiti. La democrazia, intesa non più solo come una questione di procedure formali, ma anche e soprattutto di sostanza economica e sociale, si trasformava in un ambiente politico e al contempo istituzionale fondamentale per consentire a settori sempre più ampi del popolo italiano di assurgere al rango di cittadini, con propri diritti, ma anche con propri doveri. Un percorso che in quello specifico frangente accomunò, in primo luogo, il popolo italiano e quello francese, entrambi impegnati, in quel 2 giugno 1946, nell’elezione per l’Assemblea costituente, sebbene il processo costituente francese fosse iniziato già da diversi mesi e nell’ottobre 1946 si sarebbe concluso con la ratifica della Costituzione della Quarta Repubblica.
In quella giornata del giugno 1946 si recò al voto l’89,08% dei cittadini italiani aventi diritto: anche per questo, dopo il lungo Ventennio fascista, quella data è evocativa di uno dei più significativi e intensi momenti di partecipazione alla vita collettiva e democratica del Paese. Rimane comunque un caso singolarissimo, unico nella storia d’Italia, di contemporaneo e convergente esercizio della democrazia diretta e della democrazia rappresentativa.
Indelebilmente legato alla memoria del voto del 2 giugno è l’attuazione del suffragio universale: fu la prima volte che le donne poterono votare in una consultazione politica nazionale. Vi era, in realtà, il precedente delle elezioni amministrative della primavera del 1946; e l’ingresso delle donne in politica era già stato inaugurato all’interno della Consulta nazionale dove, su 430 membri designati, 13 erano donne. Tuttavia, fu solo a partire dal voto del 2 giugno 1946 che per la prima volta, oltre a essere elettrici, le donne poterono essere elette.
In quella circostanza le candidature femminili non arrivarono al 5% del totale e su 556 costituenti furono solo 21 i nomi delle donne che uscirono dalle urne. Tuttavia, l’estensione del diritto di voto alle donne ebbe anche una funzione indiretta perché amplificò ulteriormente l’importanza e la novità di quelle elezioni dopo anni di silenzio elettorale nel corso dei quali gli italiani erano rimasti in larga parte estranei a quella basilare forma di pratica democratica.
Toccò in primo luogo ai partiti, in quanto strumento di raccordo tra i cittadini e le istituzioni, organizzare le forme del rinnovato protagonismo politico svolgendo una funzione per molti versi pedagogica e di alfabetizzazione democratica. Sotto questa luce, la prova elettorale del 2 giugno divenne un vero e proprio laboratorio, in quanto inevitabile banco di prova sia della vita democratica che dell’apprendistato alla cittadinanza.
La decisione di delegare a un referendum e non alla stessa Assemblea costituente la scelta della forma istituzionale dello Stato (Monarchia o Repubblica) fu decretata solo nel marzo 1946 (d.lgs. n. 98). A quella decisione si arrivò per gradi anche a causa delle divergenze tra i partiti al governo. Da una parte vi erano le sinistre (comunisti, socialisti e azionisti), le quali avrebbero preferito che la scelta fosse delegata alla Costituente, dove si dava per scontata una presenza maggioritaria dei deputati repubblicani; dall’altra i partiti moderati (democristiani, liberali, demolaburisti), i quali, al contrario, preferivano demandare la scelta al voto popolare. In realtà, sebbene De Gasperi sostenne in più occasioni che il referendum fosse il sistema più democratico per accertare la volontà del popolo, quella soluzione non fu dettata da una esigenza di maggiore democraticità, quanto dal desiderio di compiacere la monarchia e quanti, anche nella stessa Dc, temevano il “salto nel buio” dovendo fare i conti con un elettorato per lo più monarchico. Il perno del compromesso che consentì di comporre il contrasto fu la scelta di abbinare nella giornata del 2 giugno referendum istituzionale ed elezioni della Costituente.
Alla fine, vinse la Repubblica con oltre 12 milioni di votanti (pari a circa il 54% degli aventi diritto), ma era inevitabile che dalle elezioni emergesse la spaccatura tra un Sud prevalentemente monarchico e un Centro-Nord repubblicano, con conseguenti incertezze e contrasti tra le forze politiche sul progetto di Repubblica cui dare vita. Di certo, però, la decisione di ancorare la scelta istituzionale alla volontà del corpo elettorale diede alla Repubblica una chiara legittimazione popolare, fornendo così ai lavori dell’Assemblea costituente il miglior viatico per svolgere, accanto all’attività legislativa e parlamentare, la principale funzione che le era stata affidata: consentire ai suoi membri, alla luce dei risultati delle urne, di redigere la nuova Carta fondamentale.
In realtà, non sempre i candidati furono scelti sulla base della loro competenza sui temi più prettamente costituzionali o della progettazione istituzionale, tanto più che non tutti i partiti erano preparati su questo terreno. Tra i criteri adottati dai partiti per la loro selezione, prevalse, in parte, il criterio della partecipazione alla lotta antifascista e partigiana (è il caso, tra gli altri, di Giuseppe Alberganti, di Piero Montagnani o del più giovane Francesco Scotti, dei quali la Fondazione ISEC conserva le carte), ma anche e soprattutto l’influenza familiare, professionale, di ceto, oppure il prestigio personale dovuto, ad esempio, alla esperienza maturata nella vita politica e nel governo del Paese (come Luigi Gasparotto, le cui carte, anche in questo caso, sono conservate presso la Fondazione ISEC).
Difatti, dei 556 costituenti, solo una parte minoritaria ebbe parte attiva nel dibattito, ancor meno furono quelli che parteciparono materialmente all’elaborazione del testo e, per motivi diversi, un cospicuo numero (poco più di un quarto) non sarebbe nemmeno ritornato in Parlamento dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948. La gran parte di loro era comunque consapevole della gravosa responsabilità che gli era stata affidata in quelle elezioni del 2 giugno 1946.
Il valore simbolico che quella data assunse sin da subito nel sentire collettivo fu riconosciuto per legge già nel maggio 1949, quando fu riconosciuta data di «fondazione» della Repubblica italiana e proclamata festa nazionale. Tale rimase fino al marzo 1977 quando la crisi petrolifera e la conseguente austerità suggerì di ridurre il numero delle festività infrasettimanali, spostando quindi alla prima domenica di giugno di ciascun anno le celebrazioni per la festa della Repubblica.
Da allora, solo nel 2001 la data del 2 giugno è ritornata ad essere ufficialmente celebrata festa nazionale grazie ad una legge approvata nel novembre 2000. Come recitano il disegno e la proposta di legge presentati da alcuni deputati e senatori già tra il 1996 e il 1997, si sentiva l’esigenza di «tornare a porre solidi punti fermi nella storia e nella memoria nazionale», valorizzando la giornata del 2 giugno quale «simbolo solenne della libera e democratica scelta repubblicana del popolo italiano»: un giorno «in cui l’italiano di ieri, di oggi e soprattutto di domani possa ritrovare il suo momento di unità nazionale e quello di attaccamento ai valori», anche in opposizione a quanti propongono «di istituire festività fortemente venate di nazionalismo [e] retorica bellicistica».
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