Dalla fabbrica ai lager. Testimonianze di familiari di deportati politici dell’area industriale di Sesto San Giovanni

La deportazione nei campi nazisti dei lavoratori dell’area industriale di Sesto San Giovanni vista con gli occhi di chi è rimasto a casa. In questo libro parlano le madri, le mogli, i figli dei lavoratori che vennero presi dai fascisti per essere consegnati ai nazisti e deportati. Un viaggio per i più senza ritorno.
Giuseppe Valota nell’arco di oltre vent’anni di paziente lavoro ha composto il racconto della classe operaia, della vita che ruotava attorno alla fabbrica, della vita vera, concreta, dolorosa, di tante famiglie private dell’unico sostegno. Ma anche il racconto della solidarietà, che sfidava il coprifuoco per dare alla famiglia del deportato un frutto, un pezzo di pane, qualche soldo: mani anonime che ti dicevano che non eri solo e si poteva resistere.
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La resistenza in una grande fabbrica milanese. Il diario di Angelo Pampuri della Breda

Nella vasta memorialistica resistenziale non sono molte le testimonianze sulla realtà viva delle grandi fabbriche. Felice eccezione dunque il diario di Angelo Pampuri, operaio specializzato della I sezione dello stabilimento Breda di Sesto San Giovanni, conservato presso la Fondazione Isec, ora integralmente pubblicato a cura di Giuseppe Vignati, con la presentazione di Gianni Cervetti.
Dalle annotazioni di Pampuri, con la loro scansione quotidiana, emerge un quadro dettagliato delle durissime condizioni di vita e di lavoro degli operai della fabbrica nei drammatici mesi dell’occupazione tedesca. Ma anche la capillare attività di propaganda e resistenza da parte dei lavoratori, militanti e no, e il loro impegno per realizzare le speranze di un futuro di democrazia. Un impegno che sarebbe costato a molti di loro la deportazione, come documenta il volume di Giuseppe Valota, Dalla fabbrica ai lager. Testimonianze di familiari di deportati politici dell'area industriale di Sesto San Giovanni [Mimesis/Isec, 2015].
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Storia dell’impresa e storia del design. Prove di dialogo

Se è indiscutibile che il design è una delle componenti che hanno fatto il successo del Made in Italy, non è altrettanto immediata la relazione fra la sua storiografia e quella dell’impresa e dell’economia in generale.
Partendo da questo dato, la Fondazione Isec e l’Associazione italiana degli storici del design hanno promosso un convegno per aprire un confronto fra punti di vista e metodi di lavoro che agiscono sul medesimo campo d’azione: i prodotti industriali, la comunicazione delle imprese, le figure professionali, le strategie commerciali. Ne è scaturito un dialogo che, come mostrano i saggi qui raccolti, valorizza le diversità e, pur con i limiti di una “prova”, mette in luce i punti di contatto e indica possibili sviluppi di dialogo.
Scritti di Giorgio Bigatti, Domitilla Dardi, Marco Elia, Marinella Ferrara, Silvia Cassamagnaghi, Ivan Paris, Daniele Pozzi, Daniela Piscitelli, Elisabetta Mori, Paolo Bricco, Loredana Di Lucchio.
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Francesco Scotti. Il combattente, il politico, l’uomo

“La biografia di Francesco Scotti è, a tutti gli effetti, uno squarcio sulla storia del Novecento. O, per dirla altrimenti, la vicenda politica e umana, che è qui approfonditamente raccontata attraverso gli scritti di Ercole Ongaro, Giorgio Cosmacini, Federico Caneparo, Laurana Lajolo e Giuseppe Scotti, non può essere né trascurata, né accantonata pena l’incomprensione di gran parte e, per conseguenza o per facile trasposizione, di tutto quello che Eric Hobsbawn ha definito il “secolo breve”, cioè l’intenso e travagliato periodo storico che sta tra il 1914 e il 1989.
È vero, Scotti essendo nato alla vigilia della prima guerra mondiale (1910) ed essendo prematuramente scomparso nel 1973, non ha vissuto neppure fino al termine del “breve” secolo. Tuttavia, egli è stato partecipe dei momenti più infimi e di quelli più elevati, delle cadute e delle rinascite, delle tragedie e delle grandezze del Novecento.”
(Dall’Introduzione di Gianni Cervetti)

Lo straniero indesiderato e il ragazzo del Giambellino. Storie di antifascismo

Attraverso una documentazione assolutamente inedita e la testimonianza di Lamberto Caenazzo, all’epoca giovanissimo partigiano del popolare quartiere milanese del Giambellino, Luigi Borgomaneri ricostruisce la figura e le imprese – a tutt’oggi dimenticate e incredibili se non fossero documentate – di Carlo Travaglini, un maturo intellettuale di origine tedesca che, espulso dalla Germania negli anni Trenta dopo essere stato rinchiuso in un lager, nella Milano occupata dai nazisti si beffa per mesi di Wehrmacht e Gestapo, alternando a spericolate azioni il salvataggio dalla deportazione di centinaia tra operai, ebrei e ex prigionieri di guerra alleati, finché, scoperto, continua la sua lotta contro il nazifascismo in una formazione partigiana nel Lecchese.
Una biografia, quella di Travaglini, che nella sua unicità e nel suo divenire partigiano offre a Borgomaneri materia per ritornare sul tema della “scelta” al di fuori di schemi e rimandi ideologici o di partito, ragionando al contempo sulla necessità inderogabile di sottrarre la storia della resistenza a censure, a enfatizzazioni e soprattutto all’“oleografia a tutto tondo della madre di tutti i revisionismi, quella delle ricostruzioni a posteriori di partito e ufficiali”.

Reti di carta. Ferrovie, tecnici e imprese nelle carte degli archivi aziendali

Oggi si discute molto di reti e mobilità, mentre trasporti e logistica sono divenuti una questione cruciale per l’economia e il governo di territori e comunità. Inevitabile dunque che si torni a guardare con rinnovato interesse alla storia delle ferrovie in Italia, dalle origini “risorgimentali” alle sfide del presente.
Nel volume si analizzano queste vicende da una prospettiva particolare, quella degli archivi d’impresa. A un ampio saggio di inquadramento storico (Andrea Giuntini), seguono gli interventi dedicati alle principali società ferroviarie italiane (Giandomenico Piluso, Francesca Pino, Ernesto Petrucci) e una serie di approfondimenti tematici, sempre sulla base di un’inedita documentazione d’archivio: vediamo sfilare i nomi di imprese come Breda (Alberto De Cristofaro), le Officine Savigliano (Diego Robotti) o la Dalmine (Carolina Lussana e Stefano Capelli). Ma la storia della ferrovia non è solo storia d’impresa: è anche storia di lavoro (Stefano Maggi) o dei rapporti tra imprese e designer (Alberto Bassi).
Infine il cinema: racconto, immagine ma anche documento, per una storia della ferrovia e del suo impatto sociale, come mostra Daniele Pozzi a conclusione di questo volume.

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Un tetto a chi lavora. Mondi operai e migrazioni italiane nell'Europa degli anni Cinquanta

Il volume analizza il rapporto tra pratiche sociali, modelli di insediamento e morfologia urbana in due casi di costruzione di un tessuto urbano: da un lato i migranti interni dell’esodo rurale italiano del dopoguerra verso Sesto San Giovanni, polo industriale dell’area metropolitana milanese, dall’altro il caso dell’emigrazione internazionale verso La Louvière, bacino minerario belga. Si tratta di contesti di inserimento in aree industriali profondamente differenti dal punto di vista della morfologia socio-professionale e dell’organizzazione territoriale, che profilano spazi ibridi tra rurale e urbano in profonda e rapida trasformazione, a causa del massiccio afflusso di manodopera immigrata. Le profonde differenze tra le due aree consentono di mettere alla prova dell’analisi comparata concetti e percorsi storici dell’integrazione, della cittadinanza, della costruzione delle identità collettive, in modo da superare stereotipe dicotomie tra rurale/urbano, tradizione/modernità, integrazione/conflitto, movimento di popolazione interno/internazionale.
Affiancando e confrontando fonti scritte e memorie orali, l’autrice affronta con ricchezza di informazioni la questione delle abitazioni e degli spazi di vita dei migranti. Rilevando le peculiarità di due esperienze sociali di migrazione, la comparazione profila dinamiche sociali, identitarie e politiche profondamente diverse nei bacini minerari valloni e nella metropoli del miracolo.
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Macchine come fate. Gli operai italiani alle esposizioni universali (1851-1911)

“Luoghi di pellegrinaggio al feticcio merce”, secondo Benjamin; “stupide” secondo Marx ed Engels; soggetti di un vero e proprio “delirio del XIXsecolo” secondo Flaubert, le esposizioni universali si possono considerare uno dei principali canali di diffusione e di pubblicizzazione dei valori della cultura industriale nell’Ottocento. Si basavano su un gigantesco fenomeno di mobilitazione di uomini e di risorse, che si estendeva in una rete fittissima di esposizioni nazionali, locali,settoriali, su scala mondiale, e culminava in queste grandi occasioni di incontro a cui affluiva già un pubblico di massa. Alla Esposizione di Parigi, nel 1900, si contarono più di 50 milioni di ingressi a pagamento. Veicolavano un messaggio legato ai valori dell’industria e del progresso scientifico e tecnologico che toccava tutti gli strati della popolazione, anche il pubblico dei lavoratori e degli operai, contribuendo a sopirne le iniziali tendenze antindustrialiste e le resistenze all’introduzione delle macchine e delle nuove tecnologie. In questo libro si analizzano le testimonianze degli operai italiani inviati in visita alle grandi esposizioni universali, attraverso i rapporti scritti che redigevano alla fine del loro viaggio, per verificare come il messaggio industrialista delle esposizioni fosse recepito. Le macchine appaiono volta a volta,nelle parole degli operai, come “fate” benefiche o come “mostruosi meccanismi”; emerge alla fine un quadro di adesione, ma critica e avvertita, che ci permette di conoscere meglio le culture del lavoro nel periodo della Seconda rivoluzione industriale.
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La città delle fabbriche. Viaggio nella Sesto San Giovanni del '900

Le città hanno una storia che merita di essere conosciuta e raccontata affinché divenga il fondamento di una comune identità e uno strumento per operare nel presente.
La storia di sesto San Giovanni è quella di un borgo agricolo che, a partire dai primi anni del Novecento e nel breve volgere di alcuni decenni, divenne uno dei poli industriali più significativi del nostro Paese e d’Europa, tanto da venir definita la “città delle fabbriche”.
Essa fu un autentico crogiuolo di differenti esperienze di vita, di saperi tecnici d’avanguardia e di tradizioni composite che confluirono in un’originale cultura del lavoro. Raggiunse il massimo sviluppo nel periodo del “boom economico” (1957-1963) e, fino all’inizio degli anni Ottanta, fu uno dei principali centri industriali del nostro Paese.
Da allora la città ha cambiato progressivamente fisionomia divenendo uno degli scenari emblematici del complesso paesaggio dell’economia post-industriale.

Contributi di: Dario Accanti, Antonio Acuto, Myriam Bergamaschi, Gianni Cervetti, Alberto De Bernardi, Lodovico Gualzetti, Roberto Maremmani, Giandomenico Piluso, Luigi Vimercati.

La città messa a fuoco. Territorio, società e lavoro nella fotografia della città metropolitana di Milano

Il volume nasce da un progetto di ricerca collettivo intitolato “La città messa a fuoco. Dinamiche spaziali e metamorfosi socio-economiche dell’area metropolitana milanese (1950-1970) nelle collezioni fotografiche della Fondazione ISEC”. Tale progetto si è posto l’obiettivo di evidenziare come la riaffermazione socio-economica e territoriale della Lombardia negli anni del “miracolo economico” si sia manifestata nell’area metropolitana milanese con particolare intensità e complessità.
Nel breve arco di tempo considerato quest’area ha infatti dovuto ricombinare l’eredità multisecolare delle sue funzioni metropolitane con le opportunità di una crescita economica nuova per caratteristiche e intensità e con le inedite forme di mobilità sociale e spaziale a esse connesse
L’intento del progetto è stato inoltre quello di lavorare sulla valorizzazione di un particolare patrimonio culturale e sul recupero della memoria delle trasformazioni avvenute nell’ambito dell’area metropolitana milanese e della Lombardia. Il progetto intendeva infatti concentrarsi sul patrimonio fotografico conservato dall Fondazione ISEC di Sesto San Giovanni. Nello specifico, su due fondi conservati dalla Fondazione: il fondo che raccoglie parte dell’archivio fotografico della redazione milanese dell’«Unità» e il fondo Odoardo Fontanella che raccoglie il materiale iconografico del giornale della federazione milanese del Partito comunista italiano «Voce comunista».
In ultima analisi il testo evidenzia il coinvolgimento di ambiti disciplinari differenti ma tra loro complementari: la geografia urbana e gli urban studies in senso lato, la storia del lavoro e delle donne nella realtà urbana, la pratica e la storia della fotografia, gli studi letterari. Tutti “sguardi” che hanno parlato delle immagini, delle rappresentazioni, delle narrazioni, dei paesaggi e delle diverse forme di restituzione della città.
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